Una storia di piccole cose
“ Voleva dare un occhio fuori per vedere come quel tempo grigio e bagnato stava facendo riaffiorare il verde che l’estate normalmente soffoca, ma il vetro appannato non glielo permetteva. Così decise di mettere il muso fuori per qualche istante ed appena aprì la porta una lieve aria fresca accarezzò il viso accaldato dall’aria della cucina.
Di fuori, il vicino era sempre lui, l’unico abitante del villaggio di montagna che sapevi di poter trovare sempre – non come quegli altri che si lasciavano martoriare ogni giorno dalla vita di città sbarcando in alta quota solamente arrivati allo stremo delle forze! Tenevano duro come se la vita frettolosa e caotica di quella società piacesse loro, e poi si ritrovavano a dover trovare una soluzione allo stress permanente. Sfogavano le loro ire dimenticandosi della quotidianità che avevano scelto, e si buttavano in montagna. Ma lui, lui no. Ed anche in quella sera che caricava i nuvoloni scuri di pioggia, stava là fuori nel piccolo prato davanti alla casa a curare i fiori e le piante, apparentemente non dando attenzione alla loro bellezza e potandoli solo, ma in realtà godendo di ogni singolo profumo, colore che attraversasse la sua vista acuta, goccia di rugiada che sfiorasse le sue dita grosse, filo d’erba che accarezzasse i polpacci accovacciati a terra. Aveva un cappello di paglia, dei pantaloncini corti ed una camicia bianca che lasciava libero il petto di una peluria ormai brizzolata. I capelli non più splendenti ma opachi, il viso era scuro di sole estivo, ma gli occhi restavano un poco cupi e contornati da leggere occhiaie e più profonde linee di ruga. Ma quando aveva cominciato a prendersi tutta quella vecchiaia con tale libertà? Sembrava essere andato al mercato del tempo come una signora di paese a quello del sabato mattina: un bel cestino e tanti bei prodotti dentro. Ma invece lui aveva preso con sé quello che fino ad poco prima aveva bellamente ignorato: un viso diverso, un corpo più scarno e meno tonico, degli occhi stanchi e una nuova consapevolezza. A suo tempo se n’era andato dalla vita che svolgeva nella grande città che lo aveva cresciuto perché era stufo di essere privo di se stesso, di continuare a perdersi appena si trovava, di lottare come un titano per la propria identità. Era tutto inutile, era un’impresa titanica appunto. Così prese qualche indumento vecchio, vendette l’appartamento e si licenziò vendendo i suoi completi da manager, e prese una sorta dì casolare lassù nel paesino di montagna. Aveva ricominciato una vita fatta di lavoro manuale, letture di classici e pensiero, coltivazione del sé. La mente la sentiva sempre sgombra anche quando le informazioni acquisite dai suoi semplici studi e dalle sue attività erano tante. Lui era libero dentro di sé.
Lei vedeva tutto questo dalla sua porta semiaperta, ora anche lei al sicuro, nel suo nidetto.”
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